Fake news, troll e internet: intervista con Ciro Ascione

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Continua il viaggio di Web Lovers nel fantastico mondo dei troll, figura che abbiamo avuto modo di definire in occasione dell’intervista a Gian Marco Saolini. In un periodo in cui si fa tanto parlare di fake news, tanto che da più parti si paventa un intervento del legislatore, abbiamo deciso di ascoltare un parere autorevole, quello di Ciro Ascione.

Ascione può essere considerato a ragione un pioniere del trolling. In tal senso, è attivo sin dal 1999 e qualche anno più tardi ha pubblicato il libro Troll. Come ho inguaiato Internet“>”Troll. Come ho inguaiato Internet” (2006, edito da Tea). Trashopolis.com è un’altra delle sue fortunate creature. Un sito in cui è possibile godere delle performance del vulcanico deejay ottuagenario Zio Peppe, del mago Gennaro D’Auria, di cantanti, attori, arringatori di folle dalla fama più o meno locale in continua lotta col ridicolo.

Come nasce la tua carriera di troll?

Iniziò tutto nel 1999, ai tempi di Usenet e dei modem a 56k. Mi feci conoscere prima sul newsgroup dei fan di Guerre Stellari, con lo spoiler su Episode 1, poi sui gruppi dedicati ai videogiochi, con la storia dell’Associazione Borromeo (fantomatica organizzazione che sulle varie comunità virtuali combatteva la crociata anti videogiochi, ndr). Per quanto riguarda gli spoiler, invece, vorrei fare una precisazione: ritengo questa mania di non voler sapere nulla sui film o sui telefilm fino a quando non li si è visti la più grande idiozia degli ultimi vent’anni. Premetto che sono stato bambino negli anni 70, quindi sono cresciuto in un contesto nel quale i trailer già svelavano ogni elemento dei film e degli sceneggiati in uscita. Bastava comprare l’album delle figurine di Sandokan e già vedevi Kabir Bedi sulla tomba di Lady Marian; leggevi le minitrame di Sorrisi e Canzoni e sapevi con una settimana di anticipo che Dolce e Zerbino sarebbero stati sbranati dai lupi. Nei cinema si entrava di solito a film iniziato, si vedeva prima il secondo tempo e poi il primo, e tutto questo rappresentava un importante esercizio di decodifica di un testo cinematografico. Anche la critica non si faceva problemi a raccontare le trame, ti basta leggere una raccolta di recensioni di Kezich o di Grazzini e vedi che il pudore dello spoiler non esisteva minimamente. Senza dover citare per forza i critici dei Cahiers du Cinéma, che ritenevano che il sogno di ogni cinefilo fosse quello di conoscere un’opera meglio del suo stesso autore. Poi vedo che sul finire dei ’90 nasce questa paranoia dello spoiler, che distrugge completamente ogni possibile riflessione sul cinema in sé spostando tutto sul dico-non dico e sulle seghe mentali del recensore. Spoilerare è una presa di posizione morale.

Sono passati più di dieci anni dalla pubblicazione del tuo libro “Troll. Come ho inguaiato internet”. Come, e se, è cambiato nel frattempo il ruolo di troll?

E’ cambiato moltissimo, lo stesso “Troll” è uscito fuori tempo massimo, dato che raccontava i tempi di Usenet ed è stato pubblicato agli albori del cosiddetto Web 2.0. Fino a qualche anno fa il trolling, almeno per me, è stato un divertimento intellettuale. Ti spiego meglio: una cosa è creare una falsa poesia di Giovanni Pascoli con un sottinteso osceno e far credere a “Repubblica” che uscirà come traccia all’esame di maturità, un’altra è pubblicare la foto di un immigrato e dire che ruba il lavoro e le case agli italiani. Nella mia attività di creatore di fake c’era sempre un gioco di riferimenti, una marea di indizi e di citazioni che dividevano i destinatari in più fazioni: chi ci cascava, chi comprendeva il falso e si dedicava al debunking, chi invece capiva il gioco e diventava complice dell’autore della trollata. Ora è tutto più grezzo, non c’è bisogno di falsificare Pascoli, né c’è bisogno che i troll attuali ne abbiano la capacità. Basta inventare una cazzata virale e subito si diffonde in rete, allo stesso modo dei “Buongiornissimo caffè”.

Il troll quale diffusore di post-verità può avere un impatto positivo nell’ambito dell’educazione degli utenti di internet? Ovvero: a furia di cascare nelle fake news, è possibile che essi riescano a distinguere una notizia vera da una falsa?

Ma il problema non è che le notizie siano vere o false. Il problema è che la maggior parte degli utenti crederà sempre a ciò che vuole credere. Un utente razzista che comprende la falsità di una notizia razzista non smetterà di essere razzista, purtroppo.

“Il problema diventa anche di buona democrazia, giacché i ‘boccaloni’ che credono alle fake news e spesso e volentieri le condividono sono anche gli stessi che si recano alle urne?

E nel ’48 non erano boccaloni anche quelli che votavano DC perché “Nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no?”. E Mussolini non fu regolarmente eletto nel Parlamento italiano? C’era un vecchio titolo di “Cuore” che recitava che i limiti della democrazia sono i troppi coglioni che vanno alle urne.

All’epoca dell’uscita del libro parlasti del troll come “un guastatore d’illusioni, un folletto illuminista che svela il grande inganno della Rete”. Nel 2017 la Rete continua a praticare tranelli? Se sì, quali sono gli strumenti che usa e quali sono quelli che possono essere utilizzati per fare da argine al “grande inganno”.

Non fui io a parlarne, il risvolto di copertina mi sembra che l’abbia scritto tutto Aldo Nove. La risposta alla questione “tranelli” credo sia scontata, mentre sugli strumenti ho scritto un libro intero. Per il resto, l’unico argine possibile è l’intelligenza umana. Che spesso latita.

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino”. Condividi l’affermazione di Umberto Eco?

E’ stata un’affermazione inesatta, dato che il diritto di parola gli imbecilli lo hanno in qualsiasi democrazia. Penso che Eco sarebbe stato più preciso se avesse scritto “visibilità mediatica” anziché “diritto di parola”. Ma in cosa consiste questa visibilità? Sappiamo benissimo che una ragazzina che pubblica la sua foto su Facebook e raccoglie venti like dalle amiche di classe e da qualche vecchio rattuso non potrà mai essere paragonata a Lady Gaga che posta un Tweet. Quindi no, non la condivido. Se però Eco avesse scritto “Su internet si trovano legioni di imbecilli, alcuni dei quali, in questo preciso momento, stanno leggendo quest’intervista”, allora condividerei l’affermazione.

Come vedi il futuro di internet da qui a dieci anni? Credi che la sua influenza abbia già soppiantato quella di altri media?

Purtroppo mi aspetto meno anarchia e un maggiore controllo da parte dei poteri forti. Ormai su Internet ci sono tutti, e per il 99,9 per cento dell’utenza, stare su Internet significa stare sui social. E i social non sono liberi e autogestiti come i siti e i blog, devi rispondere della tua condotta a qualche anonimo moderatore che obbedisce a una policy imposta dall’alto.

Credi che internet sia un posto migliore rispetto al passato? O, per dirla alla Flaiano, “Coraggio. Il meglio è passato”?

Rispetto al passato, oggi hai la possibilità di reperire un numero di informazioni praticamente infinito, trovi tutti i libri, i film e la musica che vuoi. Considera che vent’anni fa era difficilissimo persino trovare un negozio che vendesse il CD di “Ziggy Stardust” di David Bowie. Il problema è che di fronte a stimoli così forti, la maggioranza degli utenti resta chiusa nella propria autoreferenzialità, sta a spararsi i selfie nel cesso e poi li spedisce ai vicini di casa. Non è Internet che fa rincoglionire la gente, è la gente che fa rincoglionire Internet.

Si parla di legge anti fake news. Saresti d’accordo?

La legge sulle fake news non centrerebbe comunque il problema. Un giornalista potrà anche dare una notizia vera, ma come la presenterà? In occasione di un arresto di un politico, ad esempio, sarà garantista o colpevolista, esalterà alcuni aspetti omettendone altri, a seconda della linea editoriale del giornale, del sito o della tv per cui lavora. Possono far cessare le fake, ma il cattivo giornalismo rimarrà. Il cuore della questione è qui.

Ad ogni modo, le leggi ci sono già. Che senso ha emanarne altre? Non posso certo permettermi di scrivere che Renzi o Berlusconi sono morti. Andrei incontro ad una denuncia. Da troll il mio gioco è stato quello di sfruttare i paletti della legalità, attraverso iniziative che pur dando molto fastidio, non erano penalmente imputabili.

L’associazione Borromeo che vuole abolire i videogiochi non è mai esistita ed in ogni caso non diceva nulla di legalmente compromettente. Stesso discorso per la pubblicazione delle (false) prove di maturità: avrei commesso un reato se avessi pubblicato quelle vere. E’ in questo spazio che da troll mi sono mosso.

Giuseppe Catino
Giuseppe Catino
Nato a Salerno, ha studiato sociologia presso la locale Università degli studi. Esperto di media e comunicazione, ha collaborato per diversi quotidiani locali per poi ‘trasferirsi’ sul web. Dal 2006 ha lavorato per Populis, World Global Network, Pearch Digital, Html ricoprendo il ruolo di SEO Copywriter e Social Media Manager. Appassionato di scrittura creativa, nel 2016 ha pubblicato la raccolta di racconti “Ciambotta”.

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